"VIAGGIATORE, NON C'E' UN SENTIERO.
I SENTIERI SI FANNO CAMMINANDO".

Antonio Machado, Poesias Completas

domenica 8 agosto 2010

VIAGGIATORI A LUNGA SCADENZA. PARTE SECONDA.

MARIE
Sin da quando era molto giovane, Marie ha viaggiato in lungo e in largo. Ha visitato le Americhe, l’Africa, ha trascorso un periodo in Australia. Ma il continente che meglio conosce e che ama profondamente e’ l’Asia.
Dopo tanto viaggiare, Marie e’ tornata in patria (anche lei e’ svizzera), si e’ innamorata, si e’ sposata ed ha avuto due figlie. Per un lungo periodo (e tutti sappiamo quanto l’incedere del tempo sia crudelmente rapido) lo zaino e’ rimasto a riposare dentro uno scatolone, in soffitta.
Ogni tanto – in genere due o tre volte l’anno – Marie ci tornava in Asia, per lavoro. Ma si trattava di meeting condensati e frenetici, una volta a Bangkok, una volta a Kuala Lumpur. Scendeva dall’aereo e subito si ritrovava su un taxi con aria condizionata e dal taxi nella camera dell’hotel a cinque stelle che le era stato assegnato. Se non fosse stato per i timbri sul passaporto, a volte non si sarebbe neppure accorta di aver lasciato l’Europa per qualche giorno.
Dopo alcuni anni e’ accaduto cio’ che, pare – cosi’ dicono le statistiche – avvenga a molte coppie: Marie e suo marito si sono separati.
Nel riordinare le vecchie cose, Marie trova lo scatolone. E lo zaino. E con lo zaino, il desiderio di ricominciare a viaggiare. Ma non viaggera’ da sola; portera’ con se’ le sue figlie (che ora hanno, l’una tredici e l’altra undici anni): il regalo piu’ bello che possa far loro. Ovviamente, dati i rispettivi impegni lavorativi e scolastici, si trattera’ di viaggi brevi, durante le ferie. Quel che conta, comunque, e’ che vedranno qualche pezzo di mondo insieme.
Come vi ho detto, nel corso degli anni Marie ci era ricapitata spesso in Asia.
Ma in un posto non aveva mai voluto far ritorno: a Pechino. Durante i suoi studi in “orientalistica” (credo si dica cosi’), Marie aveva vissuto per oltre un anno a Pechino, frequentando l’Universita’ e studiando il cinese (che ora parla fluentemente).
Come molti altri studenti, Marie abitava all’interno del “campus” universitario. La sua stanza si trovava all’ultimo piano di una piccola palazzina, che si raggiungeva attraversando un bel parco, molto curato. In mezzo al parco c’era un laghetto, intorno al quale gli studenti si incontravano per parlare, leggere, riposare. Insomma, un’isola di – apparente – serenita’ nel cuore della Pechino della repressione e delle retate nelle case dei dimostranti (1992: erano trascorsi appena tre anni dai massacri di Tien An Men).
Completato questo periodo di studi all’estero – per lei molto bello ed
emozionante – era rientrata in Europa. Sin da subito, aveva detto a se’ stessa che a Pechino non ci sarebbe tornata. Mai piu’. Sapeva che non appena, a distanza di anni, avesse rimesso piede a Pechino (una delle metropoli del mondo che nel corso degli anni ha subito le maggiori trasformazioni), la citta’ dei suoi ricordi, della sua giovinezza, si sarebbe dissolta. E questo non lo voleva.
Qualche mese fa, pero’, Marie viene invitata ad un convegno. A Pechino. E questa volta accetta di andarci. Dato che il convegno si terra’ alla fine di giugno, si tratterra’ per qualche giorno nella capitale cinese e poi prendera’ un volo per Bangkok, dove incontrera’, all’aeroporto, le figlie, in arrivo dall’Europa. Da li’ inizieranno insieme un tour di un paio di settimane attraverso Thailandia e Laos (dove ci siamo conosciuti).
Cosi’, dopo diciotto anni, Marie e’ di nuovo a Pechino. Ad un tale che le domanda quale luogo della citta’, palazzo, monumento, desideri visitare terminata la mattinata di interventi dei relatori, Marie risponde d’istinto “L’Universita’. Voglio vedere l’Universita’”.
E ci va, ci torna. Quando il taxista le dice “siamo arrivati”, per un momento
crede si stia sbagliando. Ma no, non sbaglia, sono proprio arrivati, e’ l’Universita’ di Marie. Solo che – come del resto si aspettava – tutto e’ cambiato. All’ingresso principale si accede ora da un’altra via. Hanno realizzato delle nuove costruzioni, moderne, con grandi vetrate. Percorre corridoi sconosciuti. Ogni tanto passa qualche studente o impiegato; nessuno le domanda nulla. E lei continua a camminare, in silenzio. Giunta sul retro del nuovo edificio, si dirige verso l’area del parco. Qui ci sono dei lavori in corso, attraversa un cantiere, perde un poco l’orientamento. Sino a quando, voltato l’angolo, la vede: la palazzina, quella in cui ha vissuto per un anno. Intatta, uguale ad allora, nulla e’ cambiato. Ed il lago, come allora, come quando c’immergeva i piedi, sdraiata sull’erba.
Sta li’, ferma a guardare. Gli occhi le brillano, quasi si mette a piangere.
La macchia azzurra del lago le riporta alla mente un episodio lontano, accadutole mentre era studentessa a Pechino e poi rimasto a riposare sotto pile di ricordi.
La storia che mi ha raccontato Marie su quel che le successe nel parco, accanto al lago, mi e’ piaciuta cosi’ tanto che ho pensato fosse bello la conosceste anche voi. Ora provero’ a raccontarvela.
All’universita’, la separazione tra gli studenti stranieri “ospiti” e quelli cinesi era piuttosto rigida. Benche’ per alcune materie di studio i corsi fossero comuni, molto difficilmente si stabilivano rapporti di frequentazione tra gli stranieri – che costituivano una sorta di enclave – e gli studenti cinesi. Le autorita’ accademiche facevano in modo di preservare questa “separazione”: la Cina non era pronta ad aprirsi al mondo.
Marie – che ha sempre amato distinguersi – faceva eccezione. Preferiva, per quanto possibile, trascorrere il tempo con gli studenti cinesi, piuttosto che con quelli europei o americani.
In particolare, aveva stabilito un rapporto di grande, profonda, amicizia con un ragazzo cinese, prossimo a terminare gli studi, insieme al quale trascorreva dei bei
pomeriggi a conversare degli argomenti piu’ vari. In genere parlavano cinese (era Marie a pretenderlo); solo quando la formulazione della frase si presentava davvero complessa, Marie ricorreva all’inglese.
Un giorno d’autunno, capita che Marie ed il suo amico si trattengano piu’ del consueto a parlare nel parco e cosi’ cominci a far buio.
Percorrendo il sentiero che conduce all’ingresso del campus, Marie e questo giovanotto si mettono, per scherzo, a simulare un combattimento di arti marziali. Insomma, accade che, tra una spinta ed uno sgambetto, i due perdano l’equilibrio e si ritrovino per terra, sull’erba, l’uno accanto all’altra. E che li’, senza che ci avessero pensato, si diano un bacio. Solo un piccolo, breve, bacio. Subito si ritraggono, restano solo li’, sdraiati, a ridere di gusto. La mala sorte vuol pero’ che alla lotta, alla caduta e, soprattutto, al bacio (atto oltremodo contrario alla pubblica decenza!) abbia assistito uno dei guardiani del parco – una sorta di militare – il quale sopraggiunge strillando ed intimando ai due di alzarsi. Dopo di che, rivolgendosi al giovane, sbraita che informera’ del grave fatto accaduto (!) il Direttore, affinche’ si provveda a sanzionare un comportamento cosi’ riprovevole.
Il ragazzo cerca di buttar fuori qualche parola, di spiegare, ma la guardia non gli consente di parlare e continua a ripetere come un disco rotto che informera’ la Direzione, che se la dovra’ vedere con la Direzione, che questa condotta “indecente” verra’ punita.
Tutto il dialogo e’ avvenuto in cinese ma Marie ha ben compreso le minacce del guardiano e sa quali potrebbero essere le conseguenze per il suo amico: addirittura l’espulsione. Cosi’, senza aver fatto nulla, a pochi mesi dal completamento degli studi.
Marie non puo’ permettere una simile, assurda, ingiustizia. Va a mettersi tra il ragazzo ed il guardiano e, per quanto agitata, in un ottimo cinese, ripete a quest’ultimo che non facevano nulla di male e non c’e’ proprio nulla da denunciare, stavano solo scherzando, giocando. Ma quello neppure si degna di guardarla (e’ donna ed e’ straniera: due elementi che nel frangente certo non giocano a favore di Marie), si volta rapido e si allontana a passi lunghi e regolari.
Marie a questo punto e’ in lacrime e domanda all’amico “Ed ora che succede? E’ una cosa grave… e’ grave, vero?” e poi “Dobbiamo fermarlo, dobbiamo parlare con qualcuno, dire che non facevamo nulla, ora!”. Lui, pur apparendo molto scosso, le risponde di non preoccuparsi, che se la cavera’, spieghera’, lei non c’entra, non si preoccupi. Ma a Marie, che – immagino lo abbiate inteso – e’ di indole piuttosto combattiva, questo epilogo non va affatto bene. Cosi’, si mette a correre dietro al guardiano e, raggiuntolo in prossimita’ del laghetto, gli si para davanti, lo trattiene, gli dice che si sta sbagliando di grosso e che e’ lei a voler parlare con il Direttore, vuole parlare con qualcuno, adesso. Il militare – che questa volta davvero non puo’ fingere di non vederla ne’ sentirla – si scansa e, riprendendo a camminare veloce, risponde che lei non ha il diritto di parlare con nessuno, che non c’e’ nessuno che possa ascoltarla; che lui ha visto e questo basta.
Marie si ritrova li’, con le braccia a penzolare lungo i fianchi e gli occhi a fissare la schiena dell’uomo che si allontana.
E allora fa qualcosa di folle. Qualcosa di meravigliosamente folle.
Con tutto il fiato che ha in corpo grida “Aiuto!” e poi si mette a correre, spicca un gran salto e, cosi’ com’e’, vestita, con le scarpe ai piedi, si getta nel lago. In breve, ne segue un gran trambusto: si sono accese luci alle finestre, accorrono studenti, altri guardiani, qualcuno avverte un responsabile della Direzione, il quale, molto allarmato dalla prospettiva di uno studente straniero annegato all’interno del campus, pure sopraggiunge con inconsueta rapidita’. Insomma, Marie, viene soccorsa, tirata fuori dall’acqua, portano delle coperte (essendo autunno il clima e’ piuttosto rigido), le domandano come si senta. E lei, a voce ben alta e scandendo le parole, dice loro: “Adesso, per favore, mi dovete ascoltare”. E racconta l’accaduto.
Il giorno successivo, Marie ed il suo amico vengono ricevuti, separatamente, dal Direttore in persona (come se avessero commesso un crimine efferato). Dopo aver parlato, per prima, Marie attende di sapere dal giovane se siano davvero stati presi dei provvedimenti e di che genere. Il tuffo nel lago, certo non si puo’ negare abbia richiamato l’attenzione sul fatto, ma Marie non e’ per nulla sicura che sia stata una buona “mossa”; insomma, potrebbe anche aver peggiorato la situazione.
L’amico la raggiunge nel pomeriggio e appena la vede le va incontro.
“Ti rendi conto di quello che hai fatto?”.
“Si’, credo di si’. E’ stata una cosa buona o cattiva?”.
“Con questo accidenti di freddo, ti sei gettata nel lago, potevi annegare, potevi…”.
“E’ stata una cosa buona o cattiva? Voglio dire, per te, cos’hanno deciso?...”.
“Sei una folle. Una folle totale. Ma mi hai salvato. Non fanno nulla. Marie, mi hai salvato”.
Diciott’anni dopo, li’, in riva al lago, seduta su una panchina, quelle parole le tornano cosi’ vive, accese, alla mente. Dopo tanto tempo.
Marie mi racconta: “La palazzina, sai, quella in cui avevo vissuto, per un anno. Intatta, uguale ad allora. Ed il lago, come allora, come quando c’immergevo i piedi, sdraiata sull’erba. Nulla e’ cambiato”.
E mentre lo dice gli occhi le brillano, quasi si mette a piangere.

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