"VIAGGIATORE, NON C'E' UN SENTIERO.
I SENTIERI SI FANNO CAMMINANDO".

Antonio Machado, Poesias Completas

sabato 29 maggio 2010

EDO TRA I BAFFI

Un'amica mi ha mostrato una sua fotografia in compagnia di The Edge, il chitarrista degli U2.
Ho poi un amico che mi ha raccontato di aver abbracciato Robert Smith dopo un concerto (circostanza per cui l'ho molto invidiato; magari proprio un abbraccio... ma una virile stretta di mani gliel'avrei data volentieri).
Personalmente, sono fiero della mia fotografia insieme ai mitici "Moustache Brothers".
Ora vi racconto.
I Moustache Brothers ("Fratelli Baffuti") sono una sorta di compagnia teatrale, composta da due fratelli, Par Par Lay (il leader del gruppo) e Lu Maw, ed un loro cugino, Lu Zaw. Il gruppo, nato a Mandalay, si e' sempre dedicato al "a-nyeint pwe" (un'opera popolare - commedia musicale tradizionale con danze, costumi, battute ed andature ridicole). Ad un certo punto, pero', i tre compari hanno preso a caratterizzarne l'interpretazione inserendovi un elemento che da queste parti e' decisamente poco apprezzato da chi ne divenga oggetto: la satira politica.
Ad esempio, Par Par Lay racconta al pubblico: "mi facevano male i denti ed allora ho preso l'aereo e sono andato da un dentista a Bangkok. Quando arrivo, quello mi dice 'ma lei e' birmano, perche' e' venuto sin qui, a Bangkok, a farsi visitare?'; ed io: 'dottore, i dentisti di Yangon non riescono a visitarmi, nel mio paese e' vietato 'aprir bocca'!".
Il pubblico ride. Ma a qualcuno, "in alto", questo genere di battute non piace.
In un'altra occasione, Lu Maw intravede tra gli astanti alcuni stranieri e si rivolge loro "stranieri, pensateci bene prima di rubare qualcosa a Mandalay! Il Governo e' severissimo con chi ruba. Quando si tratta di rubare non vuole avere concorrenti!".
Il pubblico ride di nuovo. E fa anche qualcosa di peggio: pensa.
E' solo satira (anche piuttosto blanda per il nostro metro di giudizio), ma si sa, come direbbe il miglior Dalla, "chi comanda non e' disposto a fare distinzioni poetiche" visto che "il pensiero, come l'oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare".
Insomma, per questo vizietto di straparlare, Par Par Lay (che e' il frontman del gruppo) viene arrestato, un paio di volte, e poi rilasciato. E quello che fa? L'avra' capito una buona volta che deve chiuderla quella boccaccia? Niente affatto, lo rilasciano e lui riprende a "scherzare", come e piu' di prima.
Nel 1996, i Moustache Brothers prendono parte ad uno spettacolo organizzato per la Festa dell'Indipendenza presso il complesso in cui vive Aung San Suu Kyi (che immagino tutti conosciate), a Yangon. E' la tipica situazione in cui sarebbe bene mantenere il proverbiale "basso profilo". Loro fanno l'esatto contrario: sono incontenibili; prendono in giro il Governo, i Generali, insomma tutti i potenti.
Al termine dello show, Par Par Lay e Lu Zaw (dunque, due terzi della compagnia) vengono immediatamente arrestati. Quale sia stato il "capo di imputazione" davvero non saprei dirlo, immagino uno di quei "reati d'opinione" che da queste parti sono tanto in voga.
La condanna e' tanto rapida quanto severa: sette anni, da scontare ai lavori forzati, insieme ai criminali violenti. Ai familiari viene interdetta la possibilita' di far loro visita.
L'ingiustizia e' cosi' palese ed odiosa che la notizia varca i confini. Presto si formano gruppi di opinione (costituiti, tra gli altri, da noti attori di Hollywood) diretti ad ottenere dal governo birmano la liberazione dei due comici.
Per quanto le pressioni internazionali aumentino (a Lu Maw piace ricordare che del caso si parla che nel film "About a boy", con Hugh Grant) e per quanto cio' dia un gran fastidio ai generali, il tempo passa, lentissimo. Par Par Lay e Lu Zaw vengono rilasciati nel 2001, dopo aver scontato cinque dei sette anni di pena loro comminati.
Chiunque abbia un po' di sale in zucca penserebbe: questa volta li hanno schiacciati.
Ma ci sono situazioni in cui l'Uomo e' ancora capace di mettere da parte sale e zucche.
Insomma, per festeggiare la liberazione, Par Par Lay che ti va a fare? Stappa uno spumantino con la famiglia, ben chiuso in casa? No. Annuncia la prossima organizzazione di una nuova serie di spettacoli.
"Cosa dobbiamo fargli?' avran pensato i generali. Gli staccherebbero volentieri la testa, se non ci fosse il rischio che quello poi continui anche cosi', decollato (il che rappresenterebbe un'ulteriore ragione di interesse per il pubblico!).
Alla notizia dei prossimi spettacoli, un funzionario governativo locale avverte il buon Par Par Lay che di rappresentazioni non ce ne potranno essere, qualsiasi contenuto abbiano, dato che ai Moustache sono interdetti gli spettacoli in luoghi pubblici (e le partecipazioni a matrimoni, funerali, feste e cosi' via) e dato che essi non figurano nella speciale "lista governativa" degli artisti che i locali possono far lavorare legalmente.
Ma anche a questo c'e' una risposta: se non potranno recitare "in pubblico"... bene, gli spettacoli li faranno in casa. La casa diventera' il palco, il teatro. In questo modo, non violeranno le prescrizioni che impediscono loro di dare spettacolo "in pubblico", dato che sara' il pubblico ad andare a "trovarli" a casa.
Insomma, gli spettacoli iniziano davvero a farli, in casa propria, e, sorprendentemente (dati i rischi che cio' potrebbe comportare), pare proprio che un pubblico ci sia.
Ma i militari non sono certo gente disposta a farsi raggirare da questi sottili espedienti da azzeccagarbugli.
Cosi' una sera la polizia si presenta alla casa - teatro, intenzionata ad "archiviare" la pratica una volta per tutte. Ma all'arrivo s'imbatte in una sgradita complicazione: il pubblico e' composto da turisti occidentali. Ed i turisti sono una razza "intoccabile". Non perche' i generali nutrano una gran simpatia nei loro confronti; quanto perche' nutrono, questo si', una gran simpatia per i dollari ed euro che importano nel paese e che, in misura non trascurabile, finiscono nelle casse governative.
Anche la sera successiva c'e' un pubblico di stranieri; ed anche quelle seguenti.
Insomma, i Moustache Brothers sono diventati una "attrazione turistica".
Metterli a tacere creerebbe piu' scocciature che vantaggi. Inoltre, dal momento in cui gli spettacoli restano relegati tra le mura domestiche ed il pubblico e' costituito solo da stranieri - che ben difficilmente ne trarranno ispirazione per compiere atti di sovversione dell'ordine costituito - il potenziale "pericolo" e', sostanzialmente, venuto meno.
Cosi' lo spettacolo, ridotto ad oggetto di curiosita' per turisti (che spesso sanno poco o niente delle vicende storiche e politiche birmane) diventa la farsa di se' stesso (e cioe', singolarmente, la farsa di una farsa!).
Par Par Lay si fa fotografare con delle finte catene ai polsi (rappresentazione scenica di quelle, vere, che e' stato effettivamente costretto a portare) ed un cartello appeso al collo con scritto "Arrestato tre volte!". Alla fine dello spettacolo vengono messe in vendita le T-shirt del gruppo, come avviene fuori dai palazzetti dello sport, dopo i concerti.
Insomma, per certi versi il tutto risulta piuttosto penoso. E' un po' come se un animale fiero, dopo aver per anni strenuamente combattuto, si fosse ridotto a saltare nel cerchio di fuoco, per sbarcare il lunario o, forse, piu' semplicemente, per continuare a poter, in qualche modo, aprir bocca.
Detto questo, la storia personale non si cancella.
Quando, a fine spettacolo, vado a mettermi tra Par Par Lay e Lu Maw per la fotografia di rito, sentire sulle spalle le braccia di questi clown coraggiosi provoca, comunque, emozione.

P.S.: uno speciale ringraziamento a Kelly. Quando le ho detto " sono a Mandalay, c'e' qualcosa da fare in citta, consigli?", mi ha risposto "vai assolutamente dai Moustache!". Cosi' nel pomeriggio prendo un taxi ed indico al conducente l'indirizzo della casa. Quello mi risponde, forse perche' non ha troppa voglia di farsi vedere in zona, "la casa e' chiusa, lo spettacolo non si fa piu'". Ed io "Tu vacci lo stesso". Insomma, ci arriviamo e davanti a casa trovo Lu Maw, che mi accoglie con un gran sorriso: "Certo che lo spettacolo lo facciamo, stasera, alle otto e mezza". La sera ci torno ed il resto e' quello che vi ho raccontato.

giovedì 20 maggio 2010

CURVA SUD (EST ASIATICO)

Dato che sono profondamente incuriosito circa ogni aspetto socio culturale delle popolazioni che visito, domando ad un giovane birmano: “Qui in Myanmar avete uno sport tradizionale, tipico, particolarmente seguito?”.
“Oh, si’, certo, ce l’abbiamo!”.
L’argomento non puo’ che solleticare il mio vivo interesse per l’indagine antropologica, comprenderete. Chissa’ di quale ancestrale disciplina tribale si accingera’ a parlarmi il mio buon amico birmano? Chissa’ quale pratica sportiva di origine rituale, raffigurata sui bassorilievi degli antichi templi mon e shan, sara’ giunta sino ai giorni nostri, tramandata di generazione in generazione dalla tradizione orale?
“Oh, bene, e dimmi, quale? Immagino abbia un nome intraducibile, ti prego quindi di darmene una descrizione, perche’…”…
Lui: “Il calcio”.
“Il calcio?!... Come… il calcio?”.
“Si’, certo, il calcio. Perche’, da voi no?”.
Nei giorni successivi constato che ha assolutamente ragione. Qui il calcio e’ seguitissimo.
Il fatto e’ che i birmani, pur essendo degli appassionati spettatori di calcio, sono pur consapevoli di essere – mi si perdoni la franchezza – delle gran schiappe quando si tratta di giocarlo.
Dal che, la passione calcistica si traduce in una morbosa attenzione verso i campionati europei. Anzitutto, nei confronti del campionato inglese.
Nelle case da Te ci son sempre un paio di televisori che trasmettono le partite del campionato inglese, con tanto di moviole, commenti e tutto il penoso corollario di spettacoli accessori che ben conosciamo.
E dovreste vedere (e soprattutto sentire) che partecipazione! Mi fermo qualche istante a dare un’occhiata a Liverpool – Tottenham. Ragazzi, penso che durante la partita neppure a Liverpool si potessero sentire tali e tanti “uah”, “buh” e strilli di vario genere ad ogni passar di palla!
Curioso che i birmani ci abbiano messo decenni di guerre e sangue per conquistare l’indipendenza dagli inglesi ed ora se li facciano amorevolmente rientrare in casa in forma di dribbling e tacchetti. Ma tant’e’.
Ed ora ve ne dico un’altra: tra tutti, sapete chi sono senza dubbio i piu’ appassionati di calcio? i monaci! Davvero, nelle sale da Te ci sono intere tavolate di monaci che si guardano le partite e fanno, anche loro, un baccano “infernale” (l’espressione forse non si addice a dei monaci; potrebbe suonar meglio “paradisiaco”? Beh, lasciamo stare, qui si rischia di scivolare nella teologia ed io intendevo solo parlare di vile calcio).
Una sera mi capita di cenare in compagnia di un tedesco che lavora in Laos ed e’ venuto a trascorrere qualche giorno di ferie in Birmania (che vi devo dire, il mondo e’ bello perche’ e’ vario). Questo tizio mi racconta che mentre si trovava a Mandalay e’ andato allo stadio ad assistere alla partita Mandalay – Yangon (l’equivalente del nostro Inter – Roma). Bene, anche li’ un settore dello stadio era “riservato”. Ma non ai tifosi della squadra “ospite”; ai monaci! Dal punto di vista “cromatico”, dato che i monaci indossano sempre e solo la tonaca, il risultato era un intero settore dello stadio “granata” (il che non puo’ che farmi piacere naturalmente).
E’ spassoso anche vedere i monaci “novizi” (che sono dei bambini) giocare a calcio nel campetto del monastero di Nyaungshwe. Come in ogni altra circostanza, sono scalzi ed anche loro vestono solo la tonaca. Ma sopra la tonaca – dato che giocare tutti “in granata” potrebbe generare una certa confusione – indossano le pettorine colorate!
Una sera, visto che – mea culpa – non sono adeguatamente aggiornato sugli ultimi avvenimenti calcistici mondiali, oso incautamente domandare ad un birmano come sia andata poi a finire tra Inter e Barcellona.
Nel rispondermi – fornendomi una dettagliata ricostruzione degli eventi – mi rivolge uno sguardo di malcelato rimprovero, come a dire: “Ma tu non sei italiano? Bei campioni del mondo…”.

mercoledì 12 maggio 2010

"ALCUNI PICCOLI CURIOSI FATTI SPARSI". EPISODIO UNO: Babele, non ti temo!

A grande richiesta, torna la rubrica tanto amata da grandi e piccini (v. Cronache Indiane 2008): "ALCUNI PICCOLI CURIOSI FATTI SPARSI"!


Una sera sto facendo zapping alla TV e da un'emittente che trasmette nel sud est asiatico non ti spunta fuori un film italiano? Intuisco che e' italiano dai nomi che compaiono sullo schermo prima delle scene iniziali.
"Ma dai, bello" penso "vediamo un po' cos'e'... tutto sommato una serata TV ci puo' pure stare e se non mi devo sempre spremere le meningi a seguire i dialoghi in inglese (con il thailandese ed il cinese ho difficolta' decisamente piu' serie), ben venga, cosi' mi rilasso davvero".
Pia illusione. Appare il titolo del film: e' "Gomorra", di Matteo Garrone.
Beh, direte voi, film impegnato, ha vinto a Cannes, ottimo, serata "intellettuale".
Si', il film lo conosco, nulla da eccepire.
Solo che per una sera speravo di spegnere l'emisfero del cervello deputato alla traduzione linguistica... e invece... non ci sono i sottotitoli!
Ragazzi, non e' una battuta: chi l'ha visto sa che il film era sottotitolato ANCHE IN ITALIA perche' e' sostanzialmente tutto recitato in dialetto napoletano stretto.
Qui no, niente note a pie' di pagina.
Dal che, mi domando e dico: se pure in Italia hanno avvertito l'esigenza di metterceli i sottotitoli... in tutta l'Indocina, quanti spettatori registrera' stasera la versione non sottotitolata?! Ho la sensazione che lo share non sara' proprio memorabile.
Pero', chissa', magari proprio in questo momento, in qualche albergo di Bangkok o Luang Prabang un viaggiatore di Secondigliano stara' piangendo lacrime di gioia, esclamando "finalmente posso assistere alla rarissima edizione integrale senza quei fastidiosissimi sottotitoli!".
Durante la proiezione, si verifica un'ulteriore situazione degna di entrare nella nota rubrica "ALCUNI PICCOLI CURIOSI FATTI SPARSI": chi l'ha visto, sa che sostanzialmente in ogni scena ci sono morti ammazzati come se piovesse; e non cose tenere eh, smitragliamenti, smaciullamenti e cosi via. In pratica, c'e' una sola scena del film "tranquilla": un dialogo tra un cinese (per inciso, l'unico a parlare italiano) e quel tizio che fa il sarto per la camorra, avete presente? Bene, l'unico intervento nell'edizione asiatica riguarda proprio questa scena: per censurarla! Perche'? Perche' il sarto sta fumando e cosi' ogni volta che si porta alle labbra la sigaretta, compare un "dischetto" che la oscura (cosi' che lo spettatore non comprenda cosa stia accadendo... cosa stara' combinando il sarto mentre se la conta col cinese? Stara' suonando il piffero? Stara' gustandosi un cornetto gelato?...).

Buona serata e a presto amici, al prossimo episodio dello sfavillante show "ALCUNI PICCOLI CURIOSI FATTI SPARSI"!

lunedì 10 maggio 2010

DOVE LA NOTTE E' NOTTE

When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we see


Ci sono luoghi in cui la notte e' notte. Il Myanmar e' uno di questi luoghi. Qualcuno potrebbe pensare: ovunque la notte e' notte. Non e' cosi'.
In qualsiasi posto abitiate - a meno che non viviate in mezzo a un fitto
bosco o tra distese di campi di grano - dopo il tramonto potrete uscire di casa e proseguire la vostra vita. Intendo dire, potrete vivere la sera (e la notte), facendo, se volete, molte delle cose che avete fatto o che avreste potuto fare durante la giornata. Potrete lavorare o fare sport o andare a farvi quattro passi, insomma fare, sostanzialmente, quel che vi pare.
E' comprensibile che normalmente non ci si pensi, ma tutto questo e' possibile grazie ad un semplice, elementare presupposto: la luce. C'e' luce. Per le strade, nelle piazze, ovunque andiate, i luoghi che percorrerete saranno, in genere, illuminati. C'e' luce. E dove c'e' luce non c'e' vera "notte" ma un sostanziale, continuo, infinito susseguirsi di "giornate".
Qui non e' cosi'.
L'illuminazione pubblica e', pressoche', inesistente. E non vi sto parlando delle campagne o dei villaggi nelle aree periferiche del paese. Mi riferisco a Yangon, la capitale, ed a Mandalay, la seconda citta' del Myanmar per dimensioni.
Al calar dell'oscurita', le uniche luci che consentano di capire dove ci si trovi sono quelle "private", delle abitazioni, dei negozi, delle bancarelle e dei chioschi, delle case da Te'. Ci si trova a camminare per lunghi tratti completamente immersi nel buio. Ma, dopo un po', ci si adegua, si impara a mettere un piede davanti all'altro nella notte, facendo bene attenzione a non inciampare o, peggio, finire inghiottiti da una delle ampie buche che spesso si aprono lungo i "marciapiedi" (ovviamente e' sempre bene avere con se' una torcia).
Nel buio c'e' un mondo che cammina. Uomini e donne che camminano al vostro fianco o che incrociate lungo la strada. A volte capita di percepirne la presenza solo quando si e' prossimi ad urtarli.
A chi pensasse: "questo e' un folle ed uno sprovveduto, si diletta a passeggiare solo per la citta' a notte fonda; certo non lo compatiremmo se finisse derubato o peggio" desidero semplicemente far presente che qui la "notte" cala, immancabilmente, alle sette di sera. Dunque, non si tratta di fare le "ore piccole"; alle sette il buio cade, spesso e profondo. A volte
con una tale rapidita' da lasciar sorpresi, malgrado non ci sia evento piu' e prevedibile.
Le luci dei luoghi di ritrovo (i "bar", i negozi) appaiono cosi' come isole in un mare di oscurita' ed il tragitto che ci si trova ogni volta a percorrere da un'isola all'altra come una, piu' o meno lunga, traversata.
Malgrado questa situazione, non capita sostanzialmente mai di sentirsi a "disagio", inquieti, insicuri. Dopo un primo, necessario, "adattamento", muoversi al buio diventa cosa normale.
La situazione non e' piu' confortante per quanto riguarda la luce - piu' precisamente, in generale, la corrente elettrica - che arriva nelle case.
Anche in questo caso, non mi riferisco ai villaggi in aree del paese in cui la corrente elettrica non c'e' del tutto, ma alle citta', ai centri abitati piu' grandi. La corrente elettrica manca ogni giorno, frequentemente e a lungo.
Cosi', chi ha un'attivita' o semplicemente vuole e puo' permetterselo, deve, necessariamente, affidarsi ad un proprio generatore, per supplire alla cronica mancanza della corrente "concessa" dal "governo".
Lu Maw (in uno dei prossimi post vi raccontero' di chi si tratti), indicando il neon appeso al soffito di casa, ci scherza su: ' Voi americani ed europei siete dei poveracci, avete una sola luce [nota mia: un solo servizio di corrente elettrica]. Noi, qui a Mandalay, invece, abbiamo ben tre luci: quella che, raramente, ci da il governo, quella che dobbiamo comprarci dai cinesi e quella che ci dobbiamo produrre con i generatori. Noi si' che siamo ricchi!".
Nelle serate lunghe e buie, come trascorrono il tempo i giovani, soprattutto nei paesi?
Mi ero ripromesso di evitare in ogni modo pippotti moralizzanti, ma non posso fare a meno di pensare che una certa parte dei nostri giovani, civilizzati e "ricchi" (?), si dedicherebbero con dedizione ad attivita' benemerite, quali, ad esempio, la devastazione dell'arredo urbano e simili.
Chissa' allora questa marmaglia di primitivi cosa combinera'?
Semplice, molti si radunano a gruppi, per strada, a suonare la chitarra e cantare (alcuni in maniera davvero eccellente; prossimamente vi diro' qualcosa anche sulla musica pop birmana; un argomento che, ne sono certo, vi sta particolarmente a cuore!).
Acquisto presso un'agenzia il biglietto di un bus privato per la tratta Yangon - Ngwe Saung (una localita' sulla costa occidentale). Il bus parte alle dieci di sera ed il "servizio" comprende un taxi che passera' a prendermi in albergo per accompagnarmi sino al punto di partenza, una via periferica della citta'.
Il taxista mi dice che verra' alle otto: c'e' traffico, meglio muoversi con largo anticipo. In effetti, alle otto, eccolo, puntuale. Partiamo dall'albergo e - forse perche' incontriamo molto meno traffico di quanto si potesse prevedere; o, piu' probabilmente, perche' questo "largo anticipo" non era cosi' necessario ma il buon taxista voleva semplicemente essere a casa
per cena (si sa, il pappagallo va consumato ben caldo) - insomma, dopo non piu' di mezz'ora
siamo gia' arrivati all'incrocio da cui deve partire il bus; che, per il momento, non si vede. Insomma, si tratta di attendere. L'autista a questo punto mi dice " nessun problema, aspetta pure qui, il bus arrivera', io vado...". Qui. Nel buio. Fiocamente illuminato solo da una delle solite "isole", una casa da Te (l'equivalente di un nostro bar) dall'aria non propriamente rassicurante.
La mia risposta e', molto semplicemente "amico mio, tu stai scherzando... non mi lasci qui, in mezzo alla strada, la sera, al buio, nella periferia della pur rispettabilissima Yangon... e io che faccio? E se il bus non arriva?...".
Al che, il mio buon autista attacca con una catena di no-problem-bus-coming-everything-ok, mi accompagna sino alla casa da Te e mi dice che posso attendere li', in compagnia degli altri avventori (oh mamma...).
A partire da quando mi siedo nel "malfamato baraccio di periferia", accadono, in rapida successione, i seguenti eventi:
- prima ancora che abbia aperto bocca, mi vengono portati the cinese bollente e un vassoio di dolci;
- mi viene chiesto almeno una decina di volte se ho cenato, sto bene, voglio cenare, sto bene, desidero qualcosa, sto bene, etc.;
- il gestore del bar mi sorveglia ed ogni volta che scruto leggermente preoccupato la strada, per capire quale possa essere il mio bus, si affretta a dirmi "non preoccuparti, ti avviso io, ci sono qui io!";
- si siedono al mio tavolo quattro o cinque birmani i quali - dopo avermi offerto sigarette (che non posso rifiutare) - mi tengono compagnia, chiacchierando in un misto di birmano e inglese (a quel punto io adotto un misto di italiano e inglese; tanto alla fine ci si capisce). Constato con piacere che anche qui il cervello maschile adotta un sistema logico-binario: gli argomenti di conversazione prevalenti sono donne e calcio (giuro). Ad uno che sostiene le thailandesi siano meglio delle birmane (un po' come se noi dicessimo che son meglio le francesi), cerco di far capire che non e' cosi', ci son pure delle birmane molto valide; ma, si sa, "the grass is always greener on the other side of the fence";
- quando finalmente il bus arriva, non posso dubitare sia proprio il "mio", dato che un manipolo dei miei nuovi amici si alzano di scatto e si sbracciano verso l'autista per avvisarlo della mia presenza;
- mi alzo anch'io ed appena faccio il gesto di tirar fuori il portafoglio per pagare, il titolare mi blocca e mi dice che non devo nulla: hanno offerto i miei compagni di tavolata, io sono un "ospite" (anche questa volta, giuro);
- il gruppo che si e' prefisso il compito di garantire la mia gioiosa e sicura partenza si disperde, tra reciproci saluti, solo quando si e' assicurato che io abbia preso posto e lo zaino sia stato caricato sul bus.
Dunque... perdonate, non vorrei apparire "didascalico" ma dall'episodio che vi ho appena riferito mi vien davvero naturale trarre qualche conclusione.
Da queste parti manca la corrente elettrica e l'acqua non arriva nelle case. Insomma, molte cose non funzionano. Ma, a volte, mi viene da pensare che, forse, anche dalle nostre parti ci
sia qualcosa che "non funziona"...
O no?

P.S.: per semplicita', ho indicato Yangon come "la capitale". In realta' non e' piu' cosi'. Una mattina di quattro anni fa circa, i generali, dopo una ricca colazione, hanno deciso di trasferire la capitale in una piccola cittadina sulla strada tra Taungoo e Kalaw, ribattezzata Naypyidaw. Tutto e' stato fatto molto rapidamente, dato che qui non occorre affrontare inconvenienti del tipo, che so, ad esempio, domandare alle gente cosa ne pensi. Mentre percorriamo la strada a tarda sera, in prossimita' di Taungoo, incrociamo un paio di vie nuovissime e gigantesche, illuminate a giorno da decine di lampioni. L'autista mi dice " sono le strade che portano alla nuova capitale, li' vivono quelli del 'governo', li' la luce c'e' 24 ore su 24".

giovedì 6 maggio 2010

ON LINE

Una semplice "informazione di servizio": a partire da oggi, posso nuovamente accedere direttamente a blogspot, senza "censure" e relative "tecniche di aggiramento" (v. post precedenti).
A presto.

martedì 4 maggio 2010

ATTENTI A QUEI DUE: THE FOOD THAT SHOULDN'T EAT TOGETHER

Il monastero di Inwa e' austero e bellissimo. Interamente realizzato in legno di tek nella prima meta' dell'800, e' suddiviso in due ampie sale, a loro volta ripartite in ambienti piu' piccoli. In una delle navate laterali e' stato ricavato lo spazio per un'aula scolastica. Ci sono alcune file di banchi, un tavolo sormontato da pile di libri e una stuoia su cui siede il monaco - insegnante. Dalle travi del soffitto pendono, agganciati a delle cordicelle, due grandi mappamondi colorati. Appesi alle pareti ci sono vari cartelloni plastificati: l'alfabeto birmano, quello "occidentale", delle mappe ed altri.
Di uno di questi "cartelli" voglio parlarvi oggi. E' davvero spassoso.
Si tratta di una sorta di tabella, scritta in birmano ed inglese, che dovrebbe avere la funzione di illustrare quali cibi, bevande, insomma quali tra le pietanze che ci si potrebbe trovare in tavola, sia assolutamente sconsigliato consumare insieme, "mischiare" (il titolo in inglese che campeggia sul cartellone e', infatti, "THE FOOD THAT SHOULDN'T EAT TOGETHER"). Ogni pietanza, oltre ad essere indicata nelle due lingue, e' raffigurata da un bel disegno a colori.
Guardate, su 'sta tabella (che nei giorni successivi ho ritrovato in parecchi altri luoghi: insomma, e' popolarissima!) ci scriverei un trattato, vi giuro. Ma, per ragioni di sintesi, qui debbo limitarmi a qualche spunto.
Chi abbia stabilito i criteri di incompatibilita' alimentare e sulla base di quali principi mi e' oscuro.
Su alcuni, nulla da eccepire, mi pare ci sia del buon senso.
Ad esempio, una tra le prime "caselle" spiega come non vada bene trangugiarsi dei gran bicchieroni di latte mangiando sashimi.
Che dire, mi sembra ragionevole, una certa qual acidita' di stomaco, in effetti, rischierebbe di tormantarvi la giornata.
Ma su altri, personalmente, debbo dissentire (poi fatemi sapere come la pensate).
Ad esempio, perche' non andrebbe bene (come pretenderebbe di insegnarmi la famigerata tabella) farsi una bella scorpacciata di rinoceronte e pesce? Sempre di proteine si tratta, mica andrei contro i canoni della dieta a zona!
Oppure, perche' non potrei apparecchiare per gli amici un bel pranzetto a base di cicogna ed anguria (giuro, e' tutto vero)?
Sulla cicogna, debbo, in effetti, confessarvi qualche riserva; ma e' una cosa mia, psicologica, saranno tutti 'sti discorsi sulla natalita' zero... insomma l'anguria non c'entra, davvero.
O ancora, qualcuno sa spiegarmi perche' il boa non andrebbe servito con contorno di "indian trumpet" (una specie di fagiolini)?
Ce ne sono poi un paio che trovo davvero sfiziosi.
E' bene sappiate che alla zucca "rotonda" (in inglese "pumpkin") non va mai abbinato il piccione ed alla zucca "a fiasco" (in inglese "gourd") - prendete nota - il pappagallo.
Ora, donne, questo messaggio e' rivolto anzitutto a voi (sebbene la moderna degenerazione dei costumi lo renda attuale anche per i maschietti). Dite la verita', quante volte, trovandovi nel frigo un po' di pappagallo avanzato del giorno prima, avete ceduto alla tentazione di riproporlo la sera, magari proprio con un bel contornino di zucca a fiasco fritta?
Credete di aver fatto bene? No, grave errore! Posso concedervi l'attenuante di aver agito in buona fede; ma ora sapete e la recidiva sarebbe davvero imperdonabile.
Comunque, scherzi a parte, a me questo coinvolgimento del pappagallo ha turbato pronfondamente.
Si mangiano pure il pappagallo.
Qualcuno potrebbe replicare "beh, se ci si mangia, che so, la quaglia... perche' non il pappagallo?".
Ma, santo cielo, perche' queste bestiole... parlano, capite?
Io non potrei pensare di mettere in forno un pennuto che magari fino a pochi istanti prima mi ha gracchiato nelle orecchie "non farlo!".
Se, poniamo, un pollo, quando si e' in procinto di tirargli il collo, attaccasse a dire "amico, non essere precipitoso, parliamone"... non provereste un certo disagio?
Il discorso richiederebbe ampie e ponderate valutazioni, lo so, e qui, purtroppo, "il tempo e' tiranno" (tradotto: l'internet point sta per chiudere).
Allontanandomi dal monastero di Inwa solo un dubbio ha continuato ad assillarmi: ma, in definitiva, il pappagallo, con le zucche "rotonde" (non quelle "a fiasco")... potro' cucinarlo?