"VIAGGIATORE, NON C'E' UN SENTIERO.
I SENTIERI SI FANNO CAMMINANDO".

Antonio Machado, Poesias Completas

lunedì 10 maggio 2010

DOVE LA NOTTE E' NOTTE

When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we see


Ci sono luoghi in cui la notte e' notte. Il Myanmar e' uno di questi luoghi. Qualcuno potrebbe pensare: ovunque la notte e' notte. Non e' cosi'.
In qualsiasi posto abitiate - a meno che non viviate in mezzo a un fitto
bosco o tra distese di campi di grano - dopo il tramonto potrete uscire di casa e proseguire la vostra vita. Intendo dire, potrete vivere la sera (e la notte), facendo, se volete, molte delle cose che avete fatto o che avreste potuto fare durante la giornata. Potrete lavorare o fare sport o andare a farvi quattro passi, insomma fare, sostanzialmente, quel che vi pare.
E' comprensibile che normalmente non ci si pensi, ma tutto questo e' possibile grazie ad un semplice, elementare presupposto: la luce. C'e' luce. Per le strade, nelle piazze, ovunque andiate, i luoghi che percorrerete saranno, in genere, illuminati. C'e' luce. E dove c'e' luce non c'e' vera "notte" ma un sostanziale, continuo, infinito susseguirsi di "giornate".
Qui non e' cosi'.
L'illuminazione pubblica e', pressoche', inesistente. E non vi sto parlando delle campagne o dei villaggi nelle aree periferiche del paese. Mi riferisco a Yangon, la capitale, ed a Mandalay, la seconda citta' del Myanmar per dimensioni.
Al calar dell'oscurita', le uniche luci che consentano di capire dove ci si trovi sono quelle "private", delle abitazioni, dei negozi, delle bancarelle e dei chioschi, delle case da Te'. Ci si trova a camminare per lunghi tratti completamente immersi nel buio. Ma, dopo un po', ci si adegua, si impara a mettere un piede davanti all'altro nella notte, facendo bene attenzione a non inciampare o, peggio, finire inghiottiti da una delle ampie buche che spesso si aprono lungo i "marciapiedi" (ovviamente e' sempre bene avere con se' una torcia).
Nel buio c'e' un mondo che cammina. Uomini e donne che camminano al vostro fianco o che incrociate lungo la strada. A volte capita di percepirne la presenza solo quando si e' prossimi ad urtarli.
A chi pensasse: "questo e' un folle ed uno sprovveduto, si diletta a passeggiare solo per la citta' a notte fonda; certo non lo compatiremmo se finisse derubato o peggio" desidero semplicemente far presente che qui la "notte" cala, immancabilmente, alle sette di sera. Dunque, non si tratta di fare le "ore piccole"; alle sette il buio cade, spesso e profondo. A volte
con una tale rapidita' da lasciar sorpresi, malgrado non ci sia evento piu' e prevedibile.
Le luci dei luoghi di ritrovo (i "bar", i negozi) appaiono cosi' come isole in un mare di oscurita' ed il tragitto che ci si trova ogni volta a percorrere da un'isola all'altra come una, piu' o meno lunga, traversata.
Malgrado questa situazione, non capita sostanzialmente mai di sentirsi a "disagio", inquieti, insicuri. Dopo un primo, necessario, "adattamento", muoversi al buio diventa cosa normale.
La situazione non e' piu' confortante per quanto riguarda la luce - piu' precisamente, in generale, la corrente elettrica - che arriva nelle case.
Anche in questo caso, non mi riferisco ai villaggi in aree del paese in cui la corrente elettrica non c'e' del tutto, ma alle citta', ai centri abitati piu' grandi. La corrente elettrica manca ogni giorno, frequentemente e a lungo.
Cosi', chi ha un'attivita' o semplicemente vuole e puo' permetterselo, deve, necessariamente, affidarsi ad un proprio generatore, per supplire alla cronica mancanza della corrente "concessa" dal "governo".
Lu Maw (in uno dei prossimi post vi raccontero' di chi si tratti), indicando il neon appeso al soffito di casa, ci scherza su: ' Voi americani ed europei siete dei poveracci, avete una sola luce [nota mia: un solo servizio di corrente elettrica]. Noi, qui a Mandalay, invece, abbiamo ben tre luci: quella che, raramente, ci da il governo, quella che dobbiamo comprarci dai cinesi e quella che ci dobbiamo produrre con i generatori. Noi si' che siamo ricchi!".
Nelle serate lunghe e buie, come trascorrono il tempo i giovani, soprattutto nei paesi?
Mi ero ripromesso di evitare in ogni modo pippotti moralizzanti, ma non posso fare a meno di pensare che una certa parte dei nostri giovani, civilizzati e "ricchi" (?), si dedicherebbero con dedizione ad attivita' benemerite, quali, ad esempio, la devastazione dell'arredo urbano e simili.
Chissa' allora questa marmaglia di primitivi cosa combinera'?
Semplice, molti si radunano a gruppi, per strada, a suonare la chitarra e cantare (alcuni in maniera davvero eccellente; prossimamente vi diro' qualcosa anche sulla musica pop birmana; un argomento che, ne sono certo, vi sta particolarmente a cuore!).
Acquisto presso un'agenzia il biglietto di un bus privato per la tratta Yangon - Ngwe Saung (una localita' sulla costa occidentale). Il bus parte alle dieci di sera ed il "servizio" comprende un taxi che passera' a prendermi in albergo per accompagnarmi sino al punto di partenza, una via periferica della citta'.
Il taxista mi dice che verra' alle otto: c'e' traffico, meglio muoversi con largo anticipo. In effetti, alle otto, eccolo, puntuale. Partiamo dall'albergo e - forse perche' incontriamo molto meno traffico di quanto si potesse prevedere; o, piu' probabilmente, perche' questo "largo anticipo" non era cosi' necessario ma il buon taxista voleva semplicemente essere a casa
per cena (si sa, il pappagallo va consumato ben caldo) - insomma, dopo non piu' di mezz'ora
siamo gia' arrivati all'incrocio da cui deve partire il bus; che, per il momento, non si vede. Insomma, si tratta di attendere. L'autista a questo punto mi dice " nessun problema, aspetta pure qui, il bus arrivera', io vado...". Qui. Nel buio. Fiocamente illuminato solo da una delle solite "isole", una casa da Te (l'equivalente di un nostro bar) dall'aria non propriamente rassicurante.
La mia risposta e', molto semplicemente "amico mio, tu stai scherzando... non mi lasci qui, in mezzo alla strada, la sera, al buio, nella periferia della pur rispettabilissima Yangon... e io che faccio? E se il bus non arriva?...".
Al che, il mio buon autista attacca con una catena di no-problem-bus-coming-everything-ok, mi accompagna sino alla casa da Te e mi dice che posso attendere li', in compagnia degli altri avventori (oh mamma...).
A partire da quando mi siedo nel "malfamato baraccio di periferia", accadono, in rapida successione, i seguenti eventi:
- prima ancora che abbia aperto bocca, mi vengono portati the cinese bollente e un vassoio di dolci;
- mi viene chiesto almeno una decina di volte se ho cenato, sto bene, voglio cenare, sto bene, desidero qualcosa, sto bene, etc.;
- il gestore del bar mi sorveglia ed ogni volta che scruto leggermente preoccupato la strada, per capire quale possa essere il mio bus, si affretta a dirmi "non preoccuparti, ti avviso io, ci sono qui io!";
- si siedono al mio tavolo quattro o cinque birmani i quali - dopo avermi offerto sigarette (che non posso rifiutare) - mi tengono compagnia, chiacchierando in un misto di birmano e inglese (a quel punto io adotto un misto di italiano e inglese; tanto alla fine ci si capisce). Constato con piacere che anche qui il cervello maschile adotta un sistema logico-binario: gli argomenti di conversazione prevalenti sono donne e calcio (giuro). Ad uno che sostiene le thailandesi siano meglio delle birmane (un po' come se noi dicessimo che son meglio le francesi), cerco di far capire che non e' cosi', ci son pure delle birmane molto valide; ma, si sa, "the grass is always greener on the other side of the fence";
- quando finalmente il bus arriva, non posso dubitare sia proprio il "mio", dato che un manipolo dei miei nuovi amici si alzano di scatto e si sbracciano verso l'autista per avvisarlo della mia presenza;
- mi alzo anch'io ed appena faccio il gesto di tirar fuori il portafoglio per pagare, il titolare mi blocca e mi dice che non devo nulla: hanno offerto i miei compagni di tavolata, io sono un "ospite" (anche questa volta, giuro);
- il gruppo che si e' prefisso il compito di garantire la mia gioiosa e sicura partenza si disperde, tra reciproci saluti, solo quando si e' assicurato che io abbia preso posto e lo zaino sia stato caricato sul bus.
Dunque... perdonate, non vorrei apparire "didascalico" ma dall'episodio che vi ho appena riferito mi vien davvero naturale trarre qualche conclusione.
Da queste parti manca la corrente elettrica e l'acqua non arriva nelle case. Insomma, molte cose non funzionano. Ma, a volte, mi viene da pensare che, forse, anche dalle nostre parti ci
sia qualcosa che "non funziona"...
O no?

P.S.: per semplicita', ho indicato Yangon come "la capitale". In realta' non e' piu' cosi'. Una mattina di quattro anni fa circa, i generali, dopo una ricca colazione, hanno deciso di trasferire la capitale in una piccola cittadina sulla strada tra Taungoo e Kalaw, ribattezzata Naypyidaw. Tutto e' stato fatto molto rapidamente, dato che qui non occorre affrontare inconvenienti del tipo, che so, ad esempio, domandare alle gente cosa ne pensi. Mentre percorriamo la strada a tarda sera, in prossimita' di Taungoo, incrociamo un paio di vie nuovissime e gigantesche, illuminate a giorno da decine di lampioni. L'autista mi dice " sono le strade che portano alla nuova capitale, li' vivono quelli del 'governo', li' la luce c'e' 24 ore su 24".

giovedì 6 maggio 2010

ON LINE

Una semplice "informazione di servizio": a partire da oggi, posso nuovamente accedere direttamente a blogspot, senza "censure" e relative "tecniche di aggiramento" (v. post precedenti).
A presto.

martedì 4 maggio 2010

ATTENTI A QUEI DUE: THE FOOD THAT SHOULDN'T EAT TOGETHER

Il monastero di Inwa e' austero e bellissimo. Interamente realizzato in legno di tek nella prima meta' dell'800, e' suddiviso in due ampie sale, a loro volta ripartite in ambienti piu' piccoli. In una delle navate laterali e' stato ricavato lo spazio per un'aula scolastica. Ci sono alcune file di banchi, un tavolo sormontato da pile di libri e una stuoia su cui siede il monaco - insegnante. Dalle travi del soffitto pendono, agganciati a delle cordicelle, due grandi mappamondi colorati. Appesi alle pareti ci sono vari cartelloni plastificati: l'alfabeto birmano, quello "occidentale", delle mappe ed altri.
Di uno di questi "cartelli" voglio parlarvi oggi. E' davvero spassoso.
Si tratta di una sorta di tabella, scritta in birmano ed inglese, che dovrebbe avere la funzione di illustrare quali cibi, bevande, insomma quali tra le pietanze che ci si potrebbe trovare in tavola, sia assolutamente sconsigliato consumare insieme, "mischiare" (il titolo in inglese che campeggia sul cartellone e', infatti, "THE FOOD THAT SHOULDN'T EAT TOGETHER"). Ogni pietanza, oltre ad essere indicata nelle due lingue, e' raffigurata da un bel disegno a colori.
Guardate, su 'sta tabella (che nei giorni successivi ho ritrovato in parecchi altri luoghi: insomma, e' popolarissima!) ci scriverei un trattato, vi giuro. Ma, per ragioni di sintesi, qui debbo limitarmi a qualche spunto.
Chi abbia stabilito i criteri di incompatibilita' alimentare e sulla base di quali principi mi e' oscuro.
Su alcuni, nulla da eccepire, mi pare ci sia del buon senso.
Ad esempio, una tra le prime "caselle" spiega come non vada bene trangugiarsi dei gran bicchieroni di latte mangiando sashimi.
Che dire, mi sembra ragionevole, una certa qual acidita' di stomaco, in effetti, rischierebbe di tormantarvi la giornata.
Ma su altri, personalmente, debbo dissentire (poi fatemi sapere come la pensate).
Ad esempio, perche' non andrebbe bene (come pretenderebbe di insegnarmi la famigerata tabella) farsi una bella scorpacciata di rinoceronte e pesce? Sempre di proteine si tratta, mica andrei contro i canoni della dieta a zona!
Oppure, perche' non potrei apparecchiare per gli amici un bel pranzetto a base di cicogna ed anguria (giuro, e' tutto vero)?
Sulla cicogna, debbo, in effetti, confessarvi qualche riserva; ma e' una cosa mia, psicologica, saranno tutti 'sti discorsi sulla natalita' zero... insomma l'anguria non c'entra, davvero.
O ancora, qualcuno sa spiegarmi perche' il boa non andrebbe servito con contorno di "indian trumpet" (una specie di fagiolini)?
Ce ne sono poi un paio che trovo davvero sfiziosi.
E' bene sappiate che alla zucca "rotonda" (in inglese "pumpkin") non va mai abbinato il piccione ed alla zucca "a fiasco" (in inglese "gourd") - prendete nota - il pappagallo.
Ora, donne, questo messaggio e' rivolto anzitutto a voi (sebbene la moderna degenerazione dei costumi lo renda attuale anche per i maschietti). Dite la verita', quante volte, trovandovi nel frigo un po' di pappagallo avanzato del giorno prima, avete ceduto alla tentazione di riproporlo la sera, magari proprio con un bel contornino di zucca a fiasco fritta?
Credete di aver fatto bene? No, grave errore! Posso concedervi l'attenuante di aver agito in buona fede; ma ora sapete e la recidiva sarebbe davvero imperdonabile.
Comunque, scherzi a parte, a me questo coinvolgimento del pappagallo ha turbato pronfondamente.
Si mangiano pure il pappagallo.
Qualcuno potrebbe replicare "beh, se ci si mangia, che so, la quaglia... perche' non il pappagallo?".
Ma, santo cielo, perche' queste bestiole... parlano, capite?
Io non potrei pensare di mettere in forno un pennuto che magari fino a pochi istanti prima mi ha gracchiato nelle orecchie "non farlo!".
Se, poniamo, un pollo, quando si e' in procinto di tirargli il collo, attaccasse a dire "amico, non essere precipitoso, parliamone"... non provereste un certo disagio?
Il discorso richiederebbe ampie e ponderate valutazioni, lo so, e qui, purtroppo, "il tempo e' tiranno" (tradotto: l'internet point sta per chiudere).
Allontanandomi dal monastero di Inwa solo un dubbio ha continuato ad assillarmi: ma, in definitiva, il pappagallo, con le zucche "rotonde" (non quelle "a fiasco")... potro' cucinarlo?

domenica 25 aprile 2010

RISCHI DEL VIAGGIARE: THINGUN!

Premessa n. 1

Debbo scusarmi con voi per aver un po' trascurato il blog ultimamente, ma e' accaduto che dopo la pubblicazione del post sulla censura, la polizia mi abbia preso e ficcato nel (peraltro monumentale) penitenziario di Inlein, a Yangon, dove sono rimasto detenuto alcuni giorni. Diavolo di servizi segreti, chi avrebbe potuto immaginare che disponessero di interpreti italiano - birmano?
Comunque, la vita in carcere non era poi malaccio, ci facevamo della gran partite a chinlon e la sera guardavamo le partite di coppa. Solo la prima colazione era, francamente, insoddisfacente.

Premessa n. 2

La funzione della premessa n. 2 e' rassicurare coloro i quali, anche solo per un istante, avessero pensato che nella premessa n. 1 stessi dicendo sul serio. Gente, scherzavo, era una battuta, sono solo stato in giro a visitar templi, ok?

Premessa n. 3

Anche questo post viene pubblicato grazie alla preziosa collaborazione della carissima Mich, donna e blogger sublime.

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Alcune sere fa, mentre camminavo lungo un viale poco illuminato di Yangon, un'auto ha rallentato, mi si e' affiancata, ed una ragazza a bordo mi ha puntato addosso una pistola ed ha premuto il grilletto.
Mi ha colpito, piu' volte, ed ogni volta se l'e' risa di gusto.
Rischi del viaggiare.
Bene, malgrado sia stato centrato in pieno, sapete che vi dico? Ne sono uscito perfettamente incolume ed, anzi, piacevolmente divertito.
La pistola era ad acqua e l'imboscata stava a dire "straniero, anche per te ha inizio la Festa dell'Acqua!".
Gia', son capitato a Yangon giusto alla vigilia del Water Festival (in birmano "Thungi").
Nulla che non sapessi, anzi, ero preparato; quando mi son trovato a dover decidere la data di partenza, ho fatto proprio in modo di arrivare in tempo per la festa.
Di cosa si tratta? Dunque, la Festa dell'Acqua dura tre giorni e precede il Capodanno birmano. E cosa accade durante i giorni di festa? Semplice, dall'alba al tramonto, tutti, ma proprio tutti, ci si fa, in qualsiasi momento e circostanza, dei gavettoni incredibili! Del tipo che cammini per strada, un tizio ti fa "auguri", ti sorride e ti rifila una secchiata d'acqua. Funziona cosi' (si tratta solo di saperlo, altrimenti e' comprensibile ci si possa restare un po' maluccio). Lungo le vie di Yangon vengono montati dei grandi palchi, che sparano a volume assordante un misto di Black Eyed Peas e musica tradizionale birmana, con decine di tubi di gomma pronti a far "acqua" (dir "fuoco" sarebbe improprio). La cittadinanza - a piedi, in bici, moto, in auto, su furgoni scoperchiati colmi all'inverosimile, insomma in qualunque modo - percorre le strade e si fa inondare tra grida di festa e giubilo.
La mattina del primo giorno, pero', la situazione pare ancora piuttosto tranquilla. Metto il naso fuori dalla porta d'ingresso dell'albergo e non si vede nessuno nei paraggi. Alla "reception" non mancano di rammentarmi "put your passport, camera, mobile and everything in plastic bags, 'cause..."... fermi, va bene, non aggiungete altro, sono pronto.
Esco ed inizio a dirigermi verso la Sule Paya, assumendo un incedere sicuro, del tipo "vado a farmi il mondo".
I bambini - notoriamente privi di pietas - sono i primi a notarmi. Una bimba - avra' quattro, cinque anni - quando mi vede s'illumina d'entusiasmo. Non sta nella pelle, un turista grande e grosso e' un bersaglio troppo succulento.
Riempe una tazza d'acqua e tutta affannata si mette a corrermi appresso, seguita con lo sguardo dai genitori che se la ridono.
Potrei allungare un po' il passo, ma si tratterebbe solo di rinviare di poco l'ineluttabile e, insomma, che dite, potrei aver cuore di deluderla? Mi fermo, sfilo il cappello, mi chino per porgerle la testa e ricevo il mio battesimo dell'acqua, tra la soddisfazione generale.
La mattinata del primo giorno e', essenzialmente, territorio di caccia dei bambini. Alcuni mi porgono anche dei bicchieri pieni, perche' possa a mia volta partecipare al gioco. I piu' grandi sono ancora impegnati nei preparativi.
Nei giorni successivi capisco cos'e' davvero la Festa dell'Acqua. Lungo tutta la strada, vi giuro, tutta, decine e decine di kilometri, la gente, di qualsiasi eta', sesso, insomma chiunque, si allinea lungo il bordo della carreggiata e con secchi, pentole, tazze o veri e propri idranti, bombarda d'aqua tutti quelli che, a piedi o con qualsiasi mezzo, si trovino a passare per la via. Se non avessi il privilegio di un finestrino da chiudere, sarei annegato gia' a Taungoo!
Nei villaggi attraversati dalla strada, poi, ci sono dei grandi palchi (come per le vie di Yangon), con musica e pompe spara-acqua, e lo scontro si fa ancora piu' vivace.
Quando abbandoniamo la strada per Mandalay, per inerpicarci lungo le vie strette e polverose che portano a Kalaw, la Festa assume una connotazione ancora diversa. Nei paesi, i giovani hanno allestito dei veri "posti di blocco" e chiedono offerte per finanziare, ciascun gruppo, i propri festeggiamenti. L'offerta non si puo' fare a meno di darla, dato che te li ritrovi sdraiati sul cofano (ma l'obolo richiesto puo' equivalere a circa trenta, cinquanta centesimi di euro; insomma, non vi impoverirete). Altri, in cambio della "donazione", danno, a loro volta, qualcosa. Cosi', in un piccolo villaggio, mi ritrovo tra le mani un bicchiere di un succo rosso dolcissimo ed una palletta gommosa di latte di riso. Mangia, bevi. Uno mi dice: " L'hai sentito lo zucchero nella pallina di riso?". Rispondo: "lo zucchero, si'". E lui: "e' andata bene, in alcune mettono del chilli al posto dello zucchero e quando saltan fuori ci si fa delle gran risate!".
Per raggiungere la Golden Rock (una delle mete piu' note del Myanmar; chi fosse interessato a saperne di piu', potra' dare un'occhiata su qualsiasi motore di ricerca) occorre farsi i tornanti ripidi e vorticosi che conducono alla cima a bordo di tremendi autocarri che stipano i passeggeri sul retro, accovacciati su assi lunghe e strette. Non ci sono orari precisi per le partenze, il mezzo parte quando la legge di incomprimibilita' dei corpi impedisce di caricare a bordo anche solo piu' un'anima penitente.
Prima di, letteralmente, arrampicarmi a bordo, un tale ispirato da buoni sentimenti, mi sussurra: "put your passport, camera, mobile and everything in plastic bags, 'cause...". Santo cielo, anche qui! Non c'e' rispetto neppure per noi pellegrini dunque!
No, la Festa dell'Acqua e' cosi', non guarda in faccia nessuno.
Sul camion mi ritrovo tra un gruppo di monaci un po' in la' con gli anni ed un'effervescente scolaresca.
Il monaco che mi si e' seduto accanto (il termine "accanto" non e' appropriato, dato che siamo praticamente sovrapposti) se la ridacchia di continuo e - dato che devo stargli simpatico - lungo tutto il tragitto mi fa dei gran racconti in birmano stretto.
Mentre saliamo, incontriamo una moltitudine di camion come il nostro, che stanno ridiscendendo a valle. Ogni volta che ne incrociamo uno, da quello partono cannonate d'acqua, cosi' che gia' dopo pochi metri, ci ritroviamo fradici.
E i miei? Nulla, stanno solo a subire (ed io con loro).
Ora, non dico i monaci, che sono pure anzianotti, ma voi, "ragazzi della terza C", alla partenza sembravate dei teppisti incalliti e adesso mi vien fuori che siete degli smidollati che non si sono procurati neppure un bazooka ad acqua o, quanto meno, una batteria di secchi pieni fino all'orlo?
Insomma, dopo un po', dato che ne va dell'orgoglio, decido di rinunciare alla mia preziosa acqua potabile, tiro fuori dalla borsa la bottiglia, la porgo al monaco (che se la ride) e gli faccio segno di passarla ad un ragazzo che e' seduto in una buona posizione per far partire finalmente il nostro glorioso contrattacco.
Il monaco esegue e passa la bottiglia al giovine.
E quello? prende e la rovescia addosso alla compagna che gli sta seduta davanti.
"Non cosi', inetto!".
Ma quando lei si gira e gli fa un gran sorriso e lui, per un attimo, mi guarda riconoscente, capisco che ha fatto la cosa giusta.

domenica 18 aprile 2010

CENSURA E TECNICHE DI AGGIRAMENTO

Il governo birmano non vuole che scriva sul mio blog.
Suona piuttosto singolare, non trovate?
Ma tant'e'.
Mi spiego meglio. In Birmania, come saprete, c'e' tuttora una dittatura militare che detiene saldamente il potere.
Lo straniero in visita' puo' anche non accorgersene del tutto. Ad esempio, soldati ed affini per le strade ogni tanto ce ne sono, ma non piu' che altrove. Le consuete mete "turistiche" possono essere visitate in totale pace e serenita': anzi, direi che se c'e' un paese "tranquillo" per il turista, beh, e' proprio questo.
Ci sono momenti pero' in cui qualcosa puo' affiorare e solleticare l'interesse anche del viaggiatore piu' disattento. Non mi riferisco al fatto che per molte zone del paese l'accesso agli stranieri sia formalmente vietato. Ben difficilmente uno straniero in visita (salvo ragioni specifiche) avrebbe comunque interesse a recarvicisi durante il breve periodo di validita' del visto turistico.
Il riferimento e' piuttosto all'affermazione con cui ho esordito.
Se c'e' una cosa che alle dittature da un gran fastidio, e' proprio la possibilita' di scambiarsi liberamente opinioni, idee, prospettive.
E internet consente di farlo, accidenti a lui!
Internet - so di dire una cosa scontata, ma ogni tanto di cose scontate se possono anche (riba)dire, no? - e' (meglio: puo' essere) uno strumento davvero meraviglioso e micidiale.
Bene, sede naturale di questo possibile scambio di voci e pensieri sono i blog.
Certo, dalle nostre parti vengono spesso usati per far sapere al mondo notizie di fondamentale rilievo, del tipo come ci si e' pettinati o cosa si mangera' a pranzo (intendiamoci, non che voglia ridurre l'importanza di una buona permanente o di una sana alimentazione eh...).
Ma altrove - qui, ad esempio - possono diventare qualcosa di maledettamente serio.
Ragion per cui, le dittature di cui sopra adottano, spesso, una soluzione semplice ed afficace: bloccare i siti che non gradiscono.
La selezione poggia su criteri spesso inintelleggibili (perche', poniamo, Facebook va bene e, invece, Blogspot merita di essere inchiodato?), ma il succo e' e resta: dovete stare zitti.
Insomma, provo a collegarmi a Yangon e poi a Kalaw e niente, il sito di accesso al blog e' bloccato.
Per pubblicare il primo post (YANGON CALLING) devo quindi ricorrere ad un sistema degno di Radio Londra: invio il testo a una carissima amica e meravigliosa blogger, che lo copia e pensa quindi lei a pubblicarlo sul blog. Insomma, un metodo di "aggiramento" empirico ma funzionale.
Proprio ieri sera pero' mi capita di provare una gran soddisfazione. Qui da dove vi sto scrivendo - una cittadina in riva al lago Inle - nel momento in cui, al mio ennesimo tentativo, compare ancora una volta la finestra "accesso negato", mi rivolgo al ragazzo che gestisce l'internet point: "il sito e' proprio bloccato, giusto?".
Lui da un'occhiata, fa un cenno con la testa, si mette alla tastiera e, dopo alcune operazioni, mi dice "try now". Provo. Ed "entro", esclamando un "ahah" di giubilo. Lui fa un gran sorriso e senza dirci altro ci scambiamo uno sguardo d'intesa che sta a dire "non ci fermeranno".

P.S.: il giovine hacker di cui sopra non sara' sempre al mio fianco. E' quindi ragionevole pensare che anche nel prosieguo incontrero' il medesimo problema di accesso a blogspot e per i post dovro' continuare ad affidarmi alla pazienza della blogger di cui sopra. Vi prego quindi di non lasciare eventuali messaggi e/o commenti sul blog, perche' temo non mi sara' possibile leggerli. Se volete, mi trovate su mail o Facebook, miei cari. Ciao.

giovedì 15 aprile 2010

YANGON CALLING

La Yangon che mi accoglie e` molto diversa dalla Yangon che mi ero apparecchiato nella mente.
Mi e` successo anche altre volte, in passato, con altri luoghi.

Per esempio, dato che passeggiare all`imbrunire per citta` come Managua o Ciudad de Panama mi era in genere parso tutt`altro che rassicurante, quando mi trovai ad arrivare a L`Avana a tarda sera, suggerii a miei compagni di viaggio: “ficchiamoci a dormire nel primo posto decente e non mettiamo il naso fuori prima di domattina”. Nella “mia” L`Avana trovarsi per strada al calar delle tenebre non sarebbe stato affatto saggio.
Una volta che ci fummo sistemati, pero`, malgrado fosse passata la mezzanotte, vedemmo le vie di sotto brulicare di gente schiamazzante. Intere famiglie se ne passeggiavano beate e proprio la strada dava l`idea di essere il posto piu` rassicurante della terra. C`era una gran festa, con musica e danze, lungo il Malecon. Insomma, scendemmo e facemmo le tre.
Ancora un esempio: quando arrivai a Kandy, la localita` nel cuore dello Sri Lanka in cui avevamo deciso di stabilire la nostra “base”, mi prese un gran disagio. Il luogo che mi ero prefigurato aveva i caratteri della “citta`”, con la piazza centrale, la via principale e tutto il resto. La Kandy reale, invece, non era che un insieme disordinato di case aggredite dalla foresta tutt`intorno. Sembrava che di li` a poco la giungla se la sarebbe ripresa (e noi con lei). Il disagio sarebbe passato solo quando avessi dato ingresso nella mente alla Kandy materiale.

Cosi` le citta` della mente, che avevamo edificato per prepararci all`arrivo, svaniscono allorche`, con il realizzarsi del loro fine (l`arrivo appunto), vi si sovrappongono le citta` reali.

Cosi` - e con cio` torno al punto da cui ero partito – la Yangon che trovo non e` insopportabilmente calda, sporca e caotica, ma gradevole, inaspettatamente pulita ed ordinata. Ampi viali alberati conducono al centro. Il parco che incornicia il laghetto cittadino e` mantenuto con dovizia e cura certosina. Le pagode splendidamente illuminate.

Ma sotto questa citta` “reale”, fatta di case, strade e fontane, che ha offuscato la citta` della mente, c`e` una terza citta`. La citta` della verita`, che odora di sofferenza e sangue e voci represse. La situazione, infatti, considerato che anche gli ultimi tentativi di opposizione alla dittatura (le rivolte capeggiate dai monaci nel 2007) sono stati sedati dall`esercito, non e` sostanzialmente mutata rispetto a quella che descriveva Terzani nel `91: “Ci vuol poco a scoprire che la gente, per obbedire all`ordine di rimbiancare le proprie case, ha dovuto indebitarsi, che l`acqua mandata nelle fontane manca ora ai due ospedali del centro, che la luce per le pagode e` stata tolta al sistema della capitale, sempre piu` afflitta da continue interruzioni di corrente. Le guide governative amano indicare i vari viadotti che ora passano sopra alle strade principali, ma basta un normale birmano a farmi notare un aspetto inquietante e poco ovvio di queste nuove costruzioni: da lassu` i soldati spareranno sui dimostranti con piu` facilita` che dai tetti”.

venerdì 9 aprile 2010

IN ASIA

Sapete, per la verità, malgrado ci abbia pensato a lungo, non so bene da dove cominciare.
Ragion per cui, mi limiterò all’essenziale. Il resto, credo, verrà lungo il cammino.
Molto semplicemente, “edo is walking” è (o, meglio, sarà) un diario di viaggio; o qualcosa del genere.
In ogni caso, il punto di partenza è il “viaggio”.

Non mi ero mai soffermato sul reale significato di “viaggio”. Ma ora, riflettendoci, un’idea credo di essermela fatta. Penso che la partenza possa davvero considerarsi un “viaggio” quando chi parte sa che tornerà ma non sa con esattezza la data in cui farà ritorno ed il luogo da cui farà ritorno.

Dunque, quello che mi accingo a fare sarà il mio primo, vero, viaggio; di cui, spero, se vorrete, potrò comunicarvi qualche immagine, frammento, sensazione.
Ciao.

P.S.: nei precedenti paragrafi trovate alcuni piccoli scritti dal mio ultimo viaggio in India, già pubblicati su Facebook.